23/02/2012

La pergamena 10/25

Giorgio Massari

La pergamena

Romanzo

X

 

Fu uno dei Vice Direttori, che svolgeva le funzioni di Capo del Personale, a consegnargli di persona, ed erano appena trascorse tre settimane dalla sua assunzione, l’attestato.

     Quando l’usciere introdusse il ragionier Valli nel suo ufficio - al piano nobile dell’edificio, quello riservato alle stanze dei dirigenti - il ragionier Aristide Ferretti lo squadrò da capo a piedi per diversi minuti senza proferire parola, neppure per invitarlo a sedersi. Un tale scostante atteggiamento nei suoi riguardi, tenuto il giorno del suo arrivo, lo avrebbe messo a disagio in maniera forse irreparabile ma ora il nostro si sentiva molto più sicuro di sé ed ebbe l’ardire di fissare a sua volta il superiore, con rispetto sì ma senza alcuna soggezione.

     Era quella la prima volta che veniva ricevuto dal Capo del Personale ma lo conosceva per aver avuto occasione d’incontrarlo qualche volta nei corridoi degli uffici. Era un uomo già anziano, coi capelli tutti bianchi tagliati molto corti, il viso magro e severo, gli occhi grigi e indagatori, acutissimi.

     « E così lei è il ragionier Valli, l’ultimo nato di questa nostra grande famiglia! » disse infine il dirigente, non senza ironia.

     Anzi, ironia non è la parola giusta, Marco notò che c’era piuttosto del sarcasmo nella sua voce, qualcosa di duro, di cattivo. « Sì » rispose semplicemente, deciso a non raccogliere provocazioni.

     « Ah, bravo! » esclamò Ferretti. « Vedo che è prudente, che non si sbilancia. Sa perché l’ho fatta chiamare? »

     « Posso presumere che il ragionier Verli le abbia parlato di me » disse Marco « del lavoro che sto svolgendo in questi giorni, e che lei voglia appunto parlarmi di questo ».

     « Già, Verli è entusiasta di lei! » quasi urlò il Capo del Personale. « Dice che è un impiegato eccezionale, che può sbrigare una delle pratiche del suo ufficio in soli trenta minuti, ossia meno della metà del tempo medio degli ultimi dieci anni. Verli pensa che un giorno lei raggiungerà un grado elevato nella nostra gerarchia ».

     « Il ragionier Verli è molto gentile ma esagera » si schermì Marco.

     L’altro sembrava riflettere. « Sì, Verli forse è anche gentile, ma è soprattutto un grosso minchione!» urlò d’improvviso Ferretti, battendo un gran pugno sulla scrivania. « Alla sua età lasciarsi prendere in giro così da un pivello! Perché lei lo ha preso in giro, vero? Io so bene che non è possibile portare a termine una di quelle pratiche in meno di cinquanta minuti, lo so perché anch’io, tanti anni fa, sono stato in quell’ufficio, seduto al posto di questo gentile Verli! » Spaventato, Marco taceva. « Ora voglio sapere il trucco » pretese Ferretti. « Avanti, di che trucco si è servito? »

     Il nostro, abituato per lunghi anni a destreggiarsi coi monaci benedettini, non tardò a rendersi conto che anche ostinandosi a negare non sarebbe riuscito a convincere il superiore. In definitiva non avrebbe fatto altro che peggiorare la propria situazione già compromessa oltre misura. Invece una confessione aperta e leale avrebbe forse potuto, una volta esauritasi la prevedibile e in fondo giustificata sfuriata, spianare la strada al perdono.

     Così ammise di aver fraudolentemente usato alcuni dati elaborati da un alto funzionario della Fabbrica, di cui non conosceva il nome, venuti in suo possesso tramite altra persona che sperava di non essere costretto a nominare, e si preparò a subire la collera del superiore.

     Invece Ferretti si calmò subito e anche il sarcasmo parve, se non sparire, almeno affievolirsi nella sua voce. « Così il nostro ragionier Valli è un disonesto » disse pianamente, ma il tono non era affatto offensivo. « Forse ha addirittura sottratto dati non ancora ufficiali a un nostro funzionario. Ma anche se è stato lui a farglieli avere, cosa che ammetto purtroppo possibile, egli ne ha vergognosamente approfittato ». Sembrava che parlasse più che altro a se stesso, che riflettesse ad alta voce, che insomma studiasse un modo per trarre profitto dalla disonestà del sottoposto.

     Marco sapeva naturalmente di non avere il diritto di mostrarsi offeso. Riteneva di avere qualche attenuante ma non poteva obiettivamente negare che l’aver accettato di usare quel foglio in quel modo non fosse stato un atto disonesto. Per questo si sentiva avvampare di vergogna e se il ragionier Ferretti avesse infisso nei suoi i propri occhi d’acciaio, egli sarebbe certamente fuggito da quella stanza.

     E invece, inopinatamente, il Capo del Personale sorrise e Marco si sentì rinascere. Ma ancora non poteva credere che quella burrasca, che si era andata addensando su di lui, fosse già interamente passata senza far danno. Guardava con apprensione il foglio di carta pergamena - presumibilmente la sua promozione, soltanto da firmare, a Secondo Assistente del Decimo Livello - che il superiore andava arrotolando e stropicciando fra le mani e poi di nuovo lisciando e stirando come se fosse ancora indeciso sul da farsi.

     Infine Ferretti strappò il foglio in quattro pezzi che gettò nel cestino della cartaccia e il giovane si sentì di nuovo morire.

      « Quella » disse il Capo del Personale « era la sua promozione a Secondo Assistente del Decimo Livello, immagino che l’abbia capito. Ora invece preparerò » e trasse un altro foglio simile da una cartella che stava sul tavolo, « la sua promozione a Terzo Assistente del Nono Livello! »

     Marco restò stupefatto. Lo guardava scrivere e pensava: mi sta sfottendo, quello sta scrivendo la lettera di licenziamento - oltre a tutto era ancora in prova - altro che promozione! Che disastro! E che avrebbero detto sua madre e suo padre, quando lo avessero visto tornare a casa con la valigia di fibra e il suo vecchio vestito marrone?

     Ma sulla pergamena che gli consegnò il Capo del Personale c’era effettivamente scritto: Siamo lieti di... promozione a Terzo Assistente del Nono Livello.

     Allora gli venne istintivo di guardare fuori della finestra, il cielo azzurro e il sole, che avrebbe voluto testimoni della sua gioia dopo tanta incertezza, ma il cielo aveva una spessa patina grigia e al posto del sole c’era soltanto una zona di più marcato chiarore.

     « Non so proprio come ringraziarla, ragionier Ferretti » disse, inchinandosi leggermente « ma credo che il modo migliore per farlo sia prometterle per il futuro un comportamento rigorosamente corretto. Capisco di avere gravemente sbagliato ».

     Allora il Capo del Personale s’infuriò nuovamente e tornò a battere il pugno sul tavolo. « Se ne vada! » gridò. « Se ne vada! Lei non è affatto più furbo di Verli! »

     Mentre rifaceva il percorso per tornare nel proprio ufficio, mio cugino rimuginava sulla stranezza di quanto gli era appena accaduto. Cercava di sviscerare freddamente i singoli aspetti di quella straordinaria promozione, di quell’inaudito salto di ben cinque gradi, ma non riusciva a venirne a capo. Non riusciva a spiegarsi le contraddittorie parole del Capo del Personale, non riusciva infine a dare un senso all’intera vicenda. Ma poiché camminava a passo spedito, dovette ben presto interrompere le sue elucubrazioni.

     Giunto nel suo stanzone, mostrò la lettera a Verli e lo ringraziò per le buone parole che aveva avuto per lui. Passò il resto della giornata a sistemare le pratiche che aveva ancora in sospeso e all’ora di chiusura tornò di corsa a casa.

     Trovò la signora Ermengarda in cucina e le mostrò la pergamena ammettendo francamente che tutto il merito andava all’autore di quello studio. L’affittacamere si dimostrò molto contenta e Marco, mentre accettava le sue congratulazioni, trovò il modo di chiederle se poteva andare a trovarla quella notte. La signora Ermengarda si mostrò ancor più dispiaciuta della volta precedente, ma davvero quella notte era impegnata. Allora egli le chiese un appuntamento per la notte successiva e poi per l’altra ancora e per l’altra e per l’altra, ma risultò che lei era sempre impegnata. Alla fine la donna, per sottrarsi alle sue insistenze, scappò dalla cucina, per quanto la sua mole glielo consentiva, dicendo che andava a chiamare Sara perché lui potesse darle la lieta novella.

     La fanciulla scese quasi subito. Indossava un abito color rosso fiamma e aveva mutato pettinatura, raccogliendo i capelli sulla nuca in un compatto chignon d’oro: lo stesso abito e la stessa pettinatura che portava quando, non molto tempo dopo, ebbi occasione di conoscerla. Sorrideva: la zia non aveva saputo tacere! Era bellissima: gettò al giovane le braccia al collo e premette le labbra chiuse sulle sue - un bacio ancora casto ma pur sempre il primo bacio - poi lo strinse forte a sé. Nello stesso istante la porta della cucina si spalancò e sulla soglia apparve la monumentale affittacamere. Sul suo viso si era solidificata una gelida espressione. « Sara! Che stai facendo? » domandò severa.

     Sara si staccò all’istante e sul principio parve spaventata ma subito tornò a sorridere. « Niente, zia, mi sto soltanto congratulando con Marco per la sua promozione! »

     La zia finse di crederle e la sera finse ancora di non accorgersi che Sara gli aveva dato una sua fotografia e il permesso di spedirla a casa. Quando Marco ebbe terminato di scrivere la lettera ed ebbe inserito nella busta il cartoncino con le sembianze di Sara - la fotografia ritraeva la ragazza, a colori, con l’abito di seta verde lungo ai piedi, i monili e la catenina d’oro - si sentì pago e tranquillo come avesse portato a termine un gravoso incarico. La dolce immagine di Sara avrebbe parlato a sua madre più e meglio della sua breve, frettolosa e inadeguata missiva, ed essa sarebbe stata infine felice. Anche suo padre sarebbe stato fiero di quella veramente grossa promozione, né la soddisfazione gli sarebbe stata guastata dal pensiero di quella faccenda del foglio coi dati riservati, perché di essa suo padre non avrebbe mai saputo nulla.

     Quella sera scrisse anche la prima lettera al cugino Luca, che terminava con queste parole: Voglio assicurarti che se ti ho comunicato di aver ottenuto un’importante promozione non l’ho fatto per sciocca vanteria, né per dimostrarti di aver avuto ragione a voler andare in città, ma soltanto perché tu stesso mi hai chiesto di tenerti informato sul procedere della mia carriera

     Ricordavo molto bene di avergli invece detto, il giorno che era venuto a salutarmi, che avrei seguito con interesse la sua carriera. Ma non gli scrissi per fargli notare la differenza: la sua non era lettera che sollecitasse una risposta.

 

 

Il testo sarà pubblicato integralmente ma separatamente per capitoli.

Il romanzo è stato pubblicato in volume ed è acquistabile sul sito www.ilmiolibro.it

 

 

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22/02/2012

La pergamena 9/25

Giorgio Massari

La pergamena

Romanzo

IX

 

Anche il giorno dopo mio cugino lavorò con accanimento fino a sera, riuscendo a far scendere la media di poco sopra i sessantasette minuti richiesti, ma senza poter scoprire un metodo, o un trucco, che gli potesse consentire di pervenire a un risultato eccezionale. Quella sera non si trattenne troppo in ufficio, perché aveva deciso che era giunto il momento di manifestare a Sara i propri sentimenti. Mancavano pochi minuti alle diciannove quando varcava il portone della pensione, incontrandovi Sara che ne stava uscendo.

     Ella aveva lasciato l’abito di seta verde, lungo a ricoprirle i piedi, col quale gli era apparsa la prima volta, per un comune eppur grazioso vestitino di cotone che le giungeva appena sotto le ginocchia. Scomparsi i cerchietti d’oro, la catenina, gli orecchini, non aveva altro ornamento che i due pettinini che le trattenevano i capelli un poco all’indietro. Ma non per questo la bellezza del suo volto risaltava di meno. L’umiltà, la semplicità del suo abbigliamento, d’altra parte esattamente intonato all’austerità del luogo in cui si stava recando, accrescevano semmai il suo fascino.

     Il ragioniere, seppur in modo confuso e arruffato, riuscì a dirle che stava tornando a casa prima del solito proprio con la speranza d’incontrarla perché, da quando l’aveva veduta, da quando l’aveva ascoltata, non aveva fatto che pensare a lei. Trasportato dalla propria eccitazione, le chiese il permesso di poterla accompagnare fino alla chiesa. Senza mostrarsi stupita del fatto che il giovane conoscesse la sua destinazione, sorridendo Sara gliel’accordò e allora lui, in un breve momento di lucidità, le precisò che l’avrebbe accompagnata solo fino all’entrata della chiesa, poiché da molti anni ormai aveva perduto la fede. Ma Sara non parve dare eccessivo peso a questa ammissione.

     Durante il giorno il solleone aveva fatto sentire il suo alito soffocante su tutta la città ma la sera stava portando una brezza fresca di mare. Il giovane era felice! Camminava accanto a Sara, naturalmente parlandole del suo lavoro e dei progressi che stava facendo, e camminando teneva gli occhi bassi, sui piedini calzati da sandali color argento. Non aveva neppur bisogno di guardarla per vedere quell’adorabile dolce viso, incorniciato da quei capelli tanto chiari.

     Il percorso era crudelmente breve: girato l’angolo, in fondo alla strada alberata di radi platani stentati, in cima alla salita, apparve la chiesetta di Santa Rita. Posso descriverla perché ho personalmente avuto modo di vederla, quando dovetti andare in città per giustificarmi. Si tratta di una costruzione neogotica che ripete, pur in proporzioni molto ridotte, i motivi strutturali di quella Votivkirche che l’imperatore Francesco Giuseppe fece costruire a Vienna sul luogo e in ringraziamento di un fallito attentato, con due torri gemelle e l’interno a tre navate.

     Pur avendo, per tacita intesa, sensibilmente rallentato il passo, i due giovani giunsero infine ai piedi della gradinata e qui lui si fermò. Sopra di loro, persone uscivano dal portone di bronzo spalancato, scostando con le mani la pesante cortina di velluto, altre si accingevano a entrare, altre sostavano sul breve sagrato semicircolare. A queste Marco non faceva caso. Egli guardava intensamente solo Sara, come se, con la fissità dello sguardo, i suoi occhi avessero avuto il potere di trattenerla dal farsi inghiottire da quelle mura.

     « Mi  permette di attenderla, Sara? » supplicò.

     « Sì, Marco » consentì subito Sara « ma mi farebbe piacere che entrassi. Immagino che anche tu abbia qualcosa da chiedere al Padre che è nei cieli.  Egli potrebbe aiutarti anche nel tuo lavoro. E anch’io potrei aiutarti!» Sara sorrideva, mentre diceva queste parole, ma con pudore, con modestia, con tanta umiltà e a un tempo con tanta padronanza di sé.

     Il nostro invece era confuso perché non aveva afferrato il senso e la portata di quell’ultima frase, quando Sara aveva accennato alla possibilità di aiutarlo.

     Ma che importava? Sara lo aveva chiamato Marco e poi gli aveva dato il tu, e che altro poteva significare questo se non che anche la ragazza provava qualcosa per lui? Con immenso piacere il giovane avrebbe esaudito il desiderio della ragazza, se non avesse già da tempo preso solenne impegno con se stesso, cessata infine la necessità della vergognosa finzione cui l’aveva obbligato il suo bisogno dei padri benedettini per arrivare al diploma, a non mettere più piede in un luogo di culto se non come visitatore estraneo.  Se Sara gli avesse chiesto di spiegarle se la pianta della chiesa fosse a croce greca o non piuttosto a croce latina, quale fosse il transetto e dove il corno dell’epistola, Marco, che non aveva avuto tempo neppure per l’arte, si sarebbe prima documentato e poi volentieri avrebbe soddisfatto la sua curiosità.

     Ma la ragazza gli stava chiedendo di pregare insieme con lei, di rinunciare dunque al proprio impegno o quantomeno di ritornare alla vile finzione che tanto a lungo lo aveva umiliato!

     Eppure ella lo guardava dolcemente, attendendo serena un assenso che non avrebbe potuto non arrivare, quasi gli avesse chiesto cosa di nessuna importanza, una cortesia che non c’era ragione le rifiutasse! E pareva stupirsi, e forse anche offendersi, della sua esitazione!

     Per un intero minuto Marco credette veramente di poter resistere, anche indefinitamente, nel proprio rifiuto. Ma quando vide la ragazza, ormai rassegnata, cominciare a salire sola l’aspra gradinata, egli tornò a udire nella propria mente quelle sue strane parole di poco prima.

     Gli venne da pensare che, se ora tutto fosse finito tra di loro, non ne avrebbe mai compreso il senso, e si sentì vinto. In un attimo fu al suo fianco e in silenzio, con identico passo, salì con lei la gradinata fino al sagrato e poi al portone. Lei entrò per prima ma il ragioniere fu in un certo senso costretto a fermarsi perché accanto al portone, un po’ goffa nel suo abito antiquato, c’era una ragazza che lo fissava.

     Quello sguardo gli divenne subito insostenibile e lo costrinse ad abbassare gli occhi perché gli fece provare l’assurda sensazione che Lisa fosse in grado di conoscere, attraverso i suoi occhi, tutti i pensieri che la sua mente albergava, dai più turpi per l’affittacamere e per la cameriera della Trattoria ai più puri per Sara e naturalmente anche il sentimento ineffabile che provava per lei. Ma anche con gli occhi bassi, anche senza guardarla, egli continuava a vedere nella propria mente quel viso lentigginoso e fiero e quei capelli così mal tagliati.

     « Marco! » chiamò Lisa.

     Stupito, egli alzò gli occhi, dimenticando per un attimo che così facendo rischiava di trovarsi alla sua mercé. Come aveva potuto sapere il suo nome? E perché lo aveva voluto sapere? « Lisa » le chiese « tu non sei una prostituta, vero? »

     « No » rispose lei tranquilla, senza mostrarsi offesa per quel dubbio. Nel sorriso tornò a scoprire i piccoli denti, sani e bianchi, proprio come aveva fatto durante l’altro incontro. La sua voce suonava a Marco ancora strana, come una musica non conosciuta ma ora neppure del tutto ignota.

     « Lo sapevo » disse Marco « dentro di me l’ho sempre saputo, chi mi ha detto così è stato certamente ingannato ».

     « A me non importa quello che certe persone dicono di me » disse Lisa. «Ma ora rispondimi: sei proprio certo di voler entrare in chiesa a pregare? »

     Egli non seppe rispondere e comunque non fece in tempo perché davanti a sé, nel vano del portone, scostato il tendaggio, era apparsa Sara coi bei capelli biondi e gli tendeva una mano. « Vieni dunque, Marco! » l’invitò Sara. Non era un rimprovero: la sua voce suonava rassicurante, era musica conosciuta che prometteva tranquilla serenità.

     « Io so che non vai più in chiesa da tanto tempo e immagino che avrai pur avuto una valida ragione per abbandonarla! » disse Lisa.

     « Vieni, entra » insistette Sara. « Insieme chiederemo a Dio di esaudire i nostri desideri! »

     Il ragioniere esitava e la consapevolezza di non saper decidere fra due opposte tensioni lo irritava. Forse quella ragazza malvestita non mentiva e davvero non era una prostituta, ma restava il fatto inoppugnabile che il Direttore Generale della Fabbrica lo aveva messo chiaramente in guardia contro di lei e non esisteva verosimile possibilità di fare carriera contro il volere di quell’alto dirigente. Dall’altra parte c’era Sara che poteva dargli tutto: amore, felicità, forse anche aiuto nella carriera.

     Così varcò la soglia della chiesa, prendendo nella propria la mano che Sara gli porgeva. Non era del tutto vero che egli non credesse più in Dio, pensava; anche se non aveva fede, non era diventato propriamente un ateo né un cinico materialista. Dio probabilmente esisteva ed era presente nelle cose, nella natura, dovunque e quindi anche dentro una chiesa cattolica. E poi Sara appariva così felice mentre risalivano la navata centrale verso l’altare, così raggiante!

     Sostarono in raccoglimento nello stesso banco.

     Quando uscirono, Lisa non c’era più. Il nostro guardò dal sagrato intorno a sé e in alto: la brezza aveva completamente ripulito un cielo profondo che la sera cominciava a incupire e le rondini vi sfrecciavano nerissime. Sentiva Sara accanto a sé e scendendo la gradinata le gambe lo sostenevano senza sforzo.

     « Domani » disse pacatamente Sara « tu andrai dal ragionier Verli e gli dirai che sei ormai in grado di sbrigare una di quelle pratiche in meno di trenta minuti ».

     Egli non disse niente ma rimase a fissarla con lo sguardo di chi, non riuscendo a capire, si tema oggetto di uno scherzo, di una presa in giro. Ma Sara non scherzava affatto. Lentamente trasse dalla borsetta, spiegò e gli mostrò un foglio di carta sul quale era annotata tutta una serie di dati e di percentuali riguardanti tutti i reparti della Fabbrica. « Come l’hai avuto? » chiese il nostro, improvvisamente e per la prima volta sospettoso, dopo una rapida lettura.

     « E’ stata la zia, naturalmente » rispose Sara. « Sai che per via del suo lavoro conosce o ha conosciuto quasi tutti i dirigenti, magari quando erano solo Terzo Assistente del decimo Livello, come se tu ora. Io le ho confessato che mi sei simpatico e che voglio aiutarti a fare carriera, lei si è informata sul lavoro che svolgi e poi mi ha fatto avere questo ».

     Egli esaminò più attentamente il foglio. Era già diventato sufficientemente esperto in quel lavoro da potersi subito rendere conto che il possesso di quel documento, di quei dati, avrebbe davvero permesso il disbrigo di quelle pratiche nella metà, o forse meno, del tempo normalmente occorrente. Però, come avrebbe giudicato suo padre un ragioniere che si fosse servito di tale mezzo per avanzare nella gerarchia? E pur rincrescendogli alquanto guastare la festa a Sara, che si dimostrava così lieta, ripiegò il foglio e glielo rese senza parlare.

     « Ma che hai, non desideri metterti in evidenza? » gli chiese lei, e la sua bella fronte liscia già si era oscurata.

     « Sì, lo desidero » rispose Marco. « Solo che questi dati avrei voluto trovarli da me e non in questo modo! » Ora le rondini lo irritavano con il loro aspro garrire e la gioia del mondo si era velata. Solo i capelli di Sara, che tanto sarebbero piaciuti a sua madre, serbavano il loro incantevole colore e splendore, anche se il suo viso si era fatto triste.

     « Già, l’orgoglio di voi uomini » disse la ragazza. « Quanti di voi hanno sciupato la propria vita, quella delle loro donne e dei loro figli per troppo orgoglio! Ma forse hai ragione e il torto è mio, avevo creduto di poterti aiutare e così...»

     Non poté terminare la frase perché un tempestivo e provvidenziale pianto gliela soffocò. Le lacrime di una donna possono ben sciogliere come neve al sole i più resistenti grumi d’orgoglio che albergano nei cuori degli uomini. Ora il giovane scongiurava Sara di perdonarlo. Ora era lui che sentiva il pianto serrargli la gola, mentre Sara era già rasserenata e appariva più bella che mai, senza più traccia della passata tristezza.

     Dolcemente ma con decisione, il nostro le riprese il foglio, appena gualcito, dalle mani. Lo ripiegò con cura e se lo fece scivolare in tasca: lo avrebbe mandato a memoria e poi lo avrebbe distrutto, bruciato.

 

 

Il testo sarà pubblicato integralmente ma separatamente per capitoli.

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21/02/2012

La pergamena 8/25

Giorgio Massari

 La pergamena

Romanzo

VIII

Allo stesso modo Marco trascorse i primi giorni successivi: lavorando di buona lena fino a sera e, dopo cena, ascoltando Sara che pareva avere un crescente interesse sia ad istruirlo nella filosofia scolastica che a seguirne l’attività nella Fabbrica.

     La domenica, giorno in cui era consentito di entrare negli uffici solo ai dirigenti, il ragioniere approfittò di tutto quel tempo libero per visitare la sua città e cominciare a imparare a conoscerne le strade, le piazze, i monumenti.

     Nel pomeriggio, poiché il tram non costava troppo, si spinse fino al porto, fino a vedere il mare. Il porto era più o meno come l’aveva immaginato da ragazzo, anche se sui mercantili attraccati alle banchine le operazioni di carico e scarico erano state sospese per la giornata festiva.

     Di fronte al mare, invece, che non aveva mai veduto tranne che in illustrazioni, si sentì stranamente turbato, smarrito. Sapeva bene che con adeguati mezzi anche l’oceano più vasto, profondo e burrascoso, può essere valicato e tuttavia egli sentì che quell’infida massa d’acqua avrebbe costituito per lui un limite insuperabile. Da dove avrebbe potuto attingere la forza per affrontare nuovi popoli in ostili contrade, se tanto traumatica gli era stata la sua venuta in città, tutto sommato non poi tanto distante dal paesello?

     E poiché per nessuna ragione intendeva far ritorno a casa, capì che se un giorno la città fosse divenuta per lui una specie di trappola, gli sarebbe stato impossibile uscirne. Per non pensarci, venne via dalla riva del mare e fece ritorno in città, con il pensiero fisso a ciò che sarebbe divenuto: un dirigente del più alto livello possibile nella Fabbrica del benemerito Commendatore.

     Era ormai sera. Durante l’ultima parte del tragitto, il tram passò non lontano dalla Fabbrica e Marco ebbe modo di scoprirne un particolare che non aveva potuto notare di giorno. La palazzina degli uffici era sormontata, anziché da un tetto di tegole, da una specie di cupola di materiale traslucido: ora che tutte le finestre degli uffici erano buie, sopra questo buio la cupola irradiava un debole chiarore iridescente e latteo, con variazioni d’intensità così ritmiche e regolari da far pensare al respiro di un essere vivente addormentato.

     Quando rientrò, si affacciò subito alla porta del soggiorno, sperando di trovarvi Sara ma la ragazza non c’era. C’era invece la signora Ermengarda.  Il nostro si era fermato sulla soglia, contrariato, ma la donna lo aveva sentito arrivare e volgendosi verso di lui lo aveva salutato con un largo cordiale sorriso e lo aveva invitato: « Buonasera, signor ragioniere, non vuole venire a sedersi un po’ qui con noi? »

     Marco scosse la testa. Sedere accanto a lei e non poterla toccare, sarebbe stato un tormento ancora maggiore ed egli riteneva di soffrire già abbastanza. Da giorni la cameriera tornava ogni sera a mostrargli le proprie nudità. Ogni sera il collega usuraio, col quale aveva fatto amicizia e divideva sempre il tavolo, tornava a offrirgli il prestito necessario a goderle e il nostro, in verità sempre più debolmente, resisteva da giorni a rifiutarlo.

     Ma a letto, incapace di prendere sonno, stringeva fra le dita la verga rovente e delirava d’immergerla fra le natiche della cameriera o nella fessura, celata da quella montagna di tenera e burrosa carne, della signora Ermengarda, fino a quando un doloroso piacere sorgeva dal suo interno e rapidamente raggiungeva l’acme di un orgasmo innaturale e violento, per scaricarsi infine nella corrente seminale.

     Allora la sua mente si svuotava di colpo d’ogni immagine carnale e il grande armadio delle pratiche arretrate s’apriva a mostrargli le cataste di fascicoli, legati con lo spago, che contenevano la possibilità di raggiungere Sara, se solo avesse saputo carpire il loro segreto!

     Così dunque da diversi giorni, e inevitabilmente quella sera il suo volto doveva esprimere qualcosa di questi tormenti della carne, perché la signora Bertini si alzò sollecita e gli venne accanto.

     « Non si sente bene? » bisbigliò premurosa.

     « Non si preoccupi, non ho niente » rispose il giovane, bisbigliando a sua volta « ma volevo chiederle se questa sera poteva...insomma se era disposta... io sono molto discreto, di me può fidarsi...»

     L’affittacamere atteggiò il viso a disappunto e il suo bisbigliare si fece ancora più tenue: « Oh, mi dispiace, questa sera non è proprio possibile! Se soltanto mi avesse avvertito ieri...ma vede, un suo collega mi ha chiesto di riattaccargli alcuni bottoni a una camicia e così questa sera sono impegnata. Mi sento così mortificata, creda, a negarle questo servizio. Avrei tanto voluto accontentarla, anche perché lei è così simpatico alla mia Sara, ma proprio non è possibile. Mi perdona? »

     « Ma certo, certo » disse il ragioniere sbrigativamente, preparandosi ad andarsene perché non aveva gradito che il nome di Sara venisse mischiato a quella faccenda poco pulita. Ma poi mutò parere e le disse: « Ho un favore da chiederle! Come posso fare per incontrare Sara? »

     La signora lo guardò stupita. « Sara mi ha detto che vi trovate ogni sera in sala » rispose « e che le sta insegnando qualche nozione di filosofia, dato che i ragionieri non sono tenuti a studiarla. Spero proprio che non mi abbia detto una bugia! »

     « Oh, no, no, le ha detto la pura verità! » confermò Marco. « Ma io intendevo dire che vorrei incontrarla da sola, per la strada naturalmente! Vorrei solo poterle parlare con un po’ di riservatezza! Lei stessa mi ha detto che Sara mi ha in simpatia e in quanto a me, io credo di esserne già innamorato!»

     Queste parole erano parse al nostro molto adatte a commuovere l’affittacamere e infatti il donnone strinse le labbra quasi a volerle forzare a trattenere il segreto, poi soffiò e sbuffò più volte ma alla fine disse: « E va bene! Come sa, Sara ha ricevuto un’educazione molto religiosa e non passa giorno ch’ella non si rechi a visitare il Santissimo Sacramento nella chiesetta di Santa Rita. E poiché è una ragazza ordinata e metodica, compie questa visita sempre alla stessa ora, alle sette della sera. Le basta? Almeno si rende conto che ciò che sto facendo per lei non lo farei per nessun altro dei pretendenti della mia Sara? »

     Quell’accenno, apparentemente casuale ma certo voluto, agli altri pretendenti, trafisse dolorosamente il giovane, tanto più che non era affatto certo che la grassona non facesse da ruffiana anche a loro. Un piccolo incoraggiamento - sa che la mia Sara la trova molto simpatico? - poteva facilmente risospingere in gara qualche ammiratore che avesse perduto la speranza.

     Così il numero dei concorrenti sarebbe aumentato e chi fosse stato davvero intenzionato a vincere avrebbe dovuto correre sempre più forte e quindi arrivare più lontano. Fin dal principio gli era stato chiaro che la vecchia avrebbe venduto la fanciulla al miglior offerente e pensò che un Primo Assistente del Sesto Livello non avrebbe avuto alcuna possibilità d’impalmare Sara. Se quella montagna di lardo non gli aveva indicato un grado ancor più elevato, era stato soltanto per non spaventarlo anzitempo, perché non rinunciasse subito.

     Per la prima volta dacché era giunto in città, sentì che nel suo cuore cominciava ad agitarsi un sentimento che somigliava molto all’odio.

     Tuttavia egli ringraziò gentilmente la signora Ermengarda e le chiese ancora d’indicargli dove si trovasse quella chiesa. Non era lontana, bastava proseguire per il Viale dei Tigli - così si chiamava la strada della pensione - e al primo isolato svoltare a destra: a cento metri avrebbe trovato la chiesa.

     Il ragioniere tornò a ringraziare, declinò l’invito a fermarsi in sala con gli altri ospiti, salì nella sua stanza e si distese sul letto senza spogliarsi. A poco a poco nella sua mente penetrò e s’installò un unico pensiero.

     Sono io che alle ventiquattro chiudo inesorabilmente la porta della mia stanza, gli aveva detto, la sera in cui era arrivato alla pensione, l’affittacamere, e così poteva essere quella l’ora dell’appuntamento. Sara si ritirava molto prima e poiché la sua stanza era al secondo piano essa non poteva accorgersi di ciò che faceva la zia. La discrezione richiesta ai pigionanti rendeva del tutto sicura la faccenda.

     Restò desto fino a mezzanotte. Di quando in quando la verga gli si drizzava e allora doveva sforzarsi di pensare a Sara, la fanciulla illibata che voleva sposare e che tanto sarebbe piaciuta a sua madre, per calmare l’eccitazione.

    Poco prima della mezzanotte andò a socchiudere l’uscio, impercettibilmente, e pochi istanti dopo udì l’inconfondibile passo strascicato della donna. Pensò che il collega che l’accompagnava dovesse essersi tolto le scarpe perché, per quanto tendesse l’orecchio, non riusciva a percepirne il passo. Poco dopo si sentì in fondo al corridoio girare una chiave e poi il leggerissimo tonfo di un uscio che veniva richiuso.

     Il ragioniere balzò dal letto, si tolse a sua volta le scarpe, e muovendosi cautamente nel corridoio completamente buio, strisciando lungo la parete raggiunse la porta della stanza di lei, dalla quale filtrava sul pavimento del corridoio una sottile lama di luce. Senza troppa speranza applicò l’occhio al foro della serratura e invece la donna non vi aveva ancora inserita la chiave.

     La stanza era sufficientemente illuminata da un lampadario lattiginoso che si poteva immaginare pendente dal soffitto. Lui poteva vedere la signora Ermengarda mentre si spogliava, con la schiena alla porta ma leggermente di profilo.

     L’uomo doveva essere di fianco al letto perché non riusciva a vederlo. Essa si era già liberata dell’abito e della sottoveste e in quel momento si tolse il reggipetto, lasciandosi straripare sul ventre quei seni straordinari. Poi si chinò a sfilarsi le enormi mutande e lui poté vederle il mastodontico sedere, molle e ballonzolante, sformato da addensamenti di cellulite eppure stranamente eccitante. Completamente nuda si mosse nella stanza scomparendo alla sua vista ma ritornò quasi subito e teneva in mano la temuta chiave.

     Ora che gli stava proprio di fronte, il giovane ficcò gli occhi nel suo ventre per guardarle la fessura ma soltanto la sommità di un ciuffo di peli rossicci emergeva dall’incrocio delle sue cosce! E fu quel ciuffo che essa accostò al foro prima di inserirvi la chiave e chiudere con un colpo secco che gli suonò beffardo.

     Si sentì avvampare di vergogna nel comprendere che con quel gesto essa aveva inteso dimostrargli di sapere benissimo che lui si trovava dietro quella porta, con l’occhio a quel foro. Ma pur sentendosi scoperto, non desistette e restò a origliare, con l’orecchio incollato alla porta.

     Tutta una serie di sospiri e mugolii, sempre più forti e frequenti, cominciò a giungergli dal letto in cui si stava prostituendo la protettrice del suo angelo: suoni filtrati e attutiti dal legno della porta. Il nostro non riusciva a distinguere bene da chi provenissero quei suoni ma certo appartenevano a un’unica persona, uomo o donna che fosse. L’altra godeva in silenzio o non godeva affatto. Alla fine ci fu un lamento lungo e sottile e poi più nulla.

     Il ragioniere decise di allontanarsi e tornare nella sua stanza per dare finalmente uno sfogo alla propria eccitazione e così porvi termine. Non voleva inoltre rischiare di farsi scoprire dal collega, che probabilmente si stava già rivestendo e sarebbe uscito di lì a poco. Quando un sussurro si fece udire alle sue spalle, per un istante egli si sentì smarrire in uno spavento che quasi gli fece piegare le ginocchia.

    « Lo spettacolo è terminato » disse una voce dal buio « per questa sera possiamo anche andarcene! »

     Soltanto dopo aver recuperato la padronanza di sé, Marco si volse. I suoi occhi si erano andati gradatamente assuefacendo all’oscurità e aiutati da quell’esile riverbero di luce che filtrava da sotto l’uscio riconobbe il collega che aveva parlato, mentre gli altri quattro, un po’ più lontani, restavano forme indistinte, ignoti testimoni della sua degradazione.

     L’autore, certo involontario, del suo spavento era il ragionier Aurelio Bartoli, un ragazzo molto cordiale, giunto appena un mese prima di lui, da un altro lontano paese, che lavorava nel suo stesso ufficio con il suo stesso grado e che egli aveva in simpatia. Ma anche a un vecchio amico il senso di vergogna che provava gli avrebbe reso difficile parlare.

     « E’ da molto che siete qui? » si sforzò di chiedere.

     « Sono arrivato in tempo » rispose Bartoli « per vederti con l’occhio alla serratura ma non ho voluto disturbarti. Noi l’abbiamo vista nuda già tante sere! »

     « Ma chi c’è con lei? » chiese Marco in un sussurro, senza preoccuparsi di fingere indifferenza.

     « Non lo sappiamo » rispose il collega. « Certamente è uno di noi ma siamo tutti tanto discreti che nessuno ha mai voluto ammettere di essere stato a letto con lei. E scommetto che anche tu, quando verrà il tuo turno, negherai allo stesso modo! »

     « Ma questi turni, come vengono stabiliti? » chiese ancora Marco.

     « Lei dice che non esiste una regola e neppure è possibile prenotarsi. Basta chiederglielo ma io gliel’ho chiesto almeno una dozzina di volte e l’ho sempre trovata impegnata » spiegò Bartoli.

     « E se restassimo qui? » propose Marco. « Potremmo scoprire chi è e chiedergli di rinunciare per qualche tempo, in modo da dare a tutti la possibilità di farsi...ricevere! Prima o poi dovrà ben uscire da quella stanza! »

     « No, è inutile » affermò Bartoli « abbiamo già provato a farlo una notte ma lei ha aperto la porta e quando ci ha visti nel corridoio ha addirittura minacciato di cacciarci dalla casa. Così abbiamo dovuto prometterle di non farlo più. Beh, buona notte! »

     « Buona notte! » rispose il nostro e ciascuno di loro s’avviò a tornare nella propria stanza. Egli si sentiva naturalmente molto avvilito e non aveva più voglia di sfogarsi. A letto restò ancora desto a pensare a Sara. A Sara che, fino a quando non fossero stati legittimamente sposati, avrebbe conosciuto di lui soltanto la parte migliore perché la più impura, quella sordidamente viziosa, l’avrebbe riservata a creature come l’affittacamere o la cameriera della Trattoria.

     Poi si rammentò di Lisa, la ragazza vista alla stazione, che poi l’aveva spiato all’angolo della strada. Anch’essa era una prostituta e su questo non v’erano dubbi perché era stato il Direttore Generale in persona ad affermarlo. Tuttavia egli non l’aveva accostata alle altre due e se ne domandava la ragione. Lisa! Un nome dolcissimo, bello quasi quanto Sara.

     Con una punta di rimpianto pensò che Lisa non conosceva neppure il suo nome perché non aveva fatto in tempo a dirglielo. Certamente non l’avrebbe saputo mai più perché egli aveva ormai deciso che avrebbe sposato Sara, e per farlo avrebbe raggiunto qualsiasi grado fosse stato necessario raggiungere.

     S’addormentò e sognò che saliva una gradinata - di quale chiesa, era forse Santa Rita? - porgendo il braccio a una raggiante Sara vestita di bianco, con fiori d’arancio nella coroncina posta sui biondi capelli. Accanto alla porta lo aspettavano i suoi genitori, i fratelli, i parenti. Sua madre piangeva di gioia e anche il padre era molto commosso. L’interno della chiesa era splendidamente addobbato e il prete, nel rivolgersi al lui per chiedergli se volesse sposare Sara, lo chiamava signor Direttore Generale.

     Poi il sogno mutò, precipitò in un incubo: due enormi ruote dentate, unite a formare un ingranaggio al fondo di un gigantesco imbuto fatto di livide lastre d’acciaio saldate insieme, giravano lente con sinistro fragore, maciullando qualcosa che si agitava come se fosse vivo e sprizzava un denso liquido scuro. Lui stava affacciato all’imbuto, tenendosi con le mani all’orlo, e uno zampillo dl liquido raggiunse e sporcò le sue mani. Inorridì quando comprese che si trattava di sangue!

     Si destò di soprassalto: erano le cinque del mattino, un tenue chiarore filtrava dalle persiane. Andò a lavarsi il viso, tanto sapeva che oramai non avrebbe più potuto prendere sonno e poi si sedette al tavolo e prese un foglio di carta. Cara mamma...

     Rivide i suoi capelli già grigi, che non avevano mai conosciuto le cure di un parrucchiere, i grandi occhi pazienti, le guance incavate nel viso pallido e stanco. Ricordò come, bambino, fosse tante volte corso a rifugiarsi fra le sue braccia quando si era sentito infelice. Ma era grande ormai, era lontano ed era ragioniere, non poteva più farlo né lo voleva.

...io sto bene e così spero di te. Nella Fabbrica mi trovo molto bene, il lavoro mi piace, i superiori mi stimano, i colleghi mi sono amici. Ho conosciuto una ragazza che certo ti piacerebbe ma è ancora presto per pensare al matrimonio. Scusami se non ti racconto altro, vorrei dirti tante cose ma ho poco tempo perché debbo tornare al lavoro e non voglio far tardi. Ti abbraccio!

Caro babbo...

     Si trovò davanti agli occhi il suo viso bruciato dal sole; il naso ossuto e diritto, la bocca ostinata, l’espressione chiusa e severa, corrucciata; il corpo alto e asciutto, infaticabile. Di certo lavorava ancora dall’alba al tramonto, con gesti misurati e sempre uguali che facevano pensare alla celebrazione di un rito religioso, spesso stringendo i denti quando i dolori reumatici - l’avevano saputo da un vicino che non stava bene, in casa non ne aveva mai parlato - per la cattiva stagione diventavano insostenibili.

...spero che anche tu stia bene e che ti siano passati quei dolori reumatici. Qui in città le tentazioni non mancano ma saprò conservarmi onesto affinché tu possa esser fiero di me. Ti abbraccio insieme ai fratelli. Vostro Marco.

     Sigillò la busta e la mise nella tasca del suo abito azzurro per ricordarsi d’impostarla. Alla prossima lettera, pur modesto, avrebbe dovuto allegare un vaglia, dopodiché si sarebbe sentito a posto.

 

 

 

Il testo sarà pubblicato integralmente ma separatamente per capitoli.

Il romanzo è stato pubblicato in volume ed è acquistabile sul sito www.ilmiolibro.it

 

Saranno molto gradite visite al mio blog okpsicologia.myblog.it di Lettrici e Lettori interessati all’argomento.

 

10:12 Scritto da: errico17 in romanzo | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook